A 40 anni dall'offensiva di Nixon,
Obama tira il freno. E pensa alla
marijuana libera
MARCO BARDAZZI
Il blitz di fine anno sembrava di quelli decisivi.
L’irruzione dei reparti speciali messicani in un
condominio di lusso si era conclusa lasciando disteso
su un tappeto pregiato il cadavere crivellato di colpi
di Arturo Beltran Leyva. Un pezzo grosso del
narcotraffico, responsabile di aver cosparso per anni
le strade americane di cocaina e marijuana per
miliardi di dollari. Ma l’illusione che l’organizzazione di Beltran Leyva entrasse in crisi ha avuto vita breve:
tempo pochi giorni ed è stato scelto il successore del boss defunto, mentre un commando di killer si è
vendicato uccidendo vari membri della famiglia di uno dei poliziotti protagonisti dell’irruzione. Un copione
che si ripete da anni, accompagnato nell’ultimo triennio da oltre 15.000 morti negli scontri lungo il confine
Messico-Usa per il controllo del business della polvere bianca.
La carneficina messicana, unita alla sempre maggiore difficoltà per gli Usa a trovare alleati per la linea
dura tra i governi dell’America Latina, sta portando a una svolta storica. A 40 anni dalla decisione del
presidente Richard Nixon di lanciare unilateralmente la «guerra alla droga», l’America di Barack Obama è
pronta a dichiarare impossibile da vincere il conflitto, a chiuderlo e a trasformare radicalmente la gestione
della lotta agli stupefacenti.Dopo aver speso negli anni oltre mille miliardi di dollari di soldi pubblici in un
conflitto che sembra sempre in stallo, gli Usa senza enfasi stanno ritirando gli agenti della Dea (Drug
Enforcement Administration) dai fronti in Colombia e in Afghanistan. I fondi per la lotta al narcotraffico
vengono deviati verso campagne di prevenzione. In Congresso sono partiti i lavori di una commissione che
deve riscrivere completamente la strategia antidroga.
E alla Casa Bianca, il presidente fa studiare seriamente al proprio staff la fattibilità di un passo che avrebbe
ripercussioni mondiali: legalizzare la marijuana. Il New Jersey è diventato in questi giorni il 14° Stato degli
Usa ad approvare l’uso dell’«erba» per fini medici, confermando che esiste un vasto sostegno da parte
dell’opinione pubblica ad agire anche su scala nazionale. Ma ad aver lasciato un segno su Obama è stato
soprattutto un colloquio con tre ex presidenti dell’America Latina, tutti con credenziali conservatrici,
quindi difficili da attaccare per i repubblicani proibizionisti. Ernesto Zedillo (Messico), Cesar Gaviria
(Colombia) e Fernando Enrique Cardoso (Brasile) hanno raccomandato a Obama di legalizzare la
marijuana, per togliere almeno una fonte di guadagno al narcotraffico. Un altro suggerimento
all’amministrazione, circolato anonimamente sul Wall Street Journal perché nessuno si azzarda a dirlo
pubblicamente ma attribuito a fonti autorevoli, è quello di abbassare un po’ la guardia nei Caraibi, per
favorire i traffici nella regione.
Il motivo? Indebolire le gang messicane. L’offensiva contro i «cartelli» colombiani negli Anni 80 e 90 ha
chiuso infatti per loro buona parte delle rotte caraibiche per rifornire gli Usa. Ma ha anche spostato il
problema in Messico. Nel 1991 circa il 50% della cocaina diretta verso gli Stati Uniti passava sul territorio
messicano. Adesso la percentuale è del 90%, i boss locali impongono il prezzo ai colombiani e controllano
tutto l’iter, con profitti immensi: un chilo di cocaina vale 1.200 dollari in Colombia e viene rivenduto a
80.000 dollari nelle strade di New York.
Il presidente venezuelano Hugo Chàvez ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno approfittando del terremoto ad Haiti per «occupare militarmente» il Paese. «Stanno occupando Haiti facendo finta di nulla», ha detto Chàvez, allegando che gli Usa starebbero inviando nel Paese caraibico «migliaia di soldati armati, come per una guerra». Per il presidente venezuelano se Washington vuole davvero aiutare gli haitiani deve inviare «medicinali, acqua e alimenti». «Chi ha detto che mancano soldati con fucili e mitragliatrici? Questo è aggravare il problema. Obama mandi medici, tende e medicine» ha dichiarato Chàvez durante il programma televisivo «Alò Presidente».
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